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Primo Maggio in ritardo

Alba sul mareE che cavolo.

Avevo preparato un video per l’occasione.
Niente di sofisticato, ho solo scaricato Powerdirector sul mio Android e ho sperimentato un pochino.
Ma solo un pochino davvero ché quando ho uno strumento nuovo in mano mi prende la smania di fare subito.
Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo l’incompetenza tecnica che ha prodotto un video troppo, veramente troppo pesante.
Pazienza. Era venuto veramente “carino”.
Vorrà dire che, anche se in ritardo, mentre ascolto il Concerto del Primo Maggio al cellulare di Delfo, lo posterò come articolo.

Primo Maggio e le partigiane negate

 

Partigiana impiccataLa storia delle donne è fatta di sopraffazioni, sottaciuta, negata, in tutti i campi, dalla scienza alla storia stessa. Vittime del patriarcato, di una scienza che le vedeva “inferiori” e del mondo ben pensante, è spesso difficile far emergere la loro storia.
Questo vale anche per le partigiane, di ieri e di oggi.
Di seguito alcuni stralci di articoli i cui link troverete in calce.

alla Liberazione quasi sempre fu impedito alle donne di sfilare con le armi, perché si riteneva che il mondo benpensante non avrebbe gradito
[La Resistenza dimenticata delle partigiane col fucile e dei civili disarmati – Paolo Marcolin – 17 gennaio 2020]

Alle donne partigiane piemontesi, nel dopo guerra, fu vietato loro di sfilare dopo la Liberazione
Tante le città in cui i capi brigata suggerirono alle donne di non sfilare oppure di farlo nel ruolo di crocerossina.
[Donne partigiane calabresi: la Resistenza ammutolita – Annamaria Gnisci – 24 aprile 2019]

Partigiane combattentiIl 6 maggio 1945 Tersilla Fenoglio non poté neppure partecipare alla grande sfilata delle forze della Resistenza a Torino. ‘Ma tu sei una donna!’, si sente rispondere da un compagno di lotta nell’estate del 1945 la partigiana Maria Rovano, quando chiede spiegazione dei gradi riconosciuti soltanto ad altri. Ed a Barge, il vicario riceve il brevetto partigiano prima di lei. E Nelia Benissone? Dopo aver organizzato assalti ai docks, addestrato gappisti e sappisti, lanciato bombe molotov contro convogli in partenza per la Germania, disarmato militari fascisti per la strada, anche da sola, e dopo essere stata nel 1945 responsabile militare del suo settore, non sarà forse riconosciuta dalla Commissione regionale come ‘soldato semplice?
[Storia delle donne partigiane: fu una resistenza taciuta – Stefania Maffeo]

le donne partigiane imbarazzano e destabilizzano anche coloro che, al loro fianco o con loro al proprio fianco, hanno combattuto per dar vita a qualcosa di radicalmente nuovo. È per questa ragione che, alla Liberazione, le donne sono escluse da molte delle sfilate partigiane nelle città liberate; in precedenza, non erano mancate, tra i compagni di lotta, le voci che criticavano la scelta femminile di abbandonare il focolare per impegnarsi nella guerra partigiana, che implica convivenza, promiscuità, assenza di controllo parentale. …
[Le donne nella Resistenza – 11 gennaio 2011 aggiornato il 16 giugno 2016]

Nel libro in cui raccoglie le sue memorie, Con cuore di donna, Carla Capponi, figura centrale della resistenza romana, vicecomandante dei Gap (Gruppi di azione patriottica), racconta per esempio che i suoi compagni non volevano concederle l’uso della pistola e per questo fu costretta a rubarla su un autobus affollato e anche in questo caso i compagni provarono a sottrargliela. …
[Il ruolo rimosso delle donne nella Resistenza – Annalisa Camilli – 25 Aprile 2019]

Venezia aprile 1945I numeri delle donne che hanno lottato per la Resistenza sono enormi. I dati provenienti dall’ANPI, l’Associazione Nazionale dei Partigiani Italiani, parla di 35.000 “partigiane combattenti”. Furono inoltre 20 mila le patriote con funzioni di supporto, 70 mila le donne appartenenti ai Gruppi di Difesa, 16 le medaglie d’oro e 17 le medaglie d’argento, 512 le commissarie di guerra. Ovviamente molte sono state le donne arrestate, circa 4.633, torturate e condannate dai tribunali fascisti e molte altre, 1.890, le deportate in Germania. …
[25 aprile: le donne partigiane combattenti furono 35mila – Annamaria Pazienza – 25 Aprile 2020]

altre furono considerate come “poco di buono” per aver trascorso molti mesi in compagnia di uomini
[Un fiore che non muore: La voce delle donne nella Resistenza italiana – Ilenia Rossini]

Nonostante il ruolo importantissimo che … ebbe nel conflitto, le venne vietato di partecipare alle sfilate che si ebbero dopo la Liberazione.
[Resisting Bodies: Narratives of Italian Partisan Women – Rosetta D’Angelo, Barbara Zaczek]

Monumento alla partigiana
Crediti: Monumento alla partigiana – Venezia, Riva dei Partigiani – foto di Jacqueline Poggi 26 febbraio 2015 – statua di Augusto Murer, 1961 – monumento di Carlo Scarpa, 1968 – (CC BY-NC-ND 2.0)

dopo la liberazione del 25 aprile del ‘45 alle donne venne vietata la sfilata in quanto non riconosciute come combattenti. Al contrario, come racconta Beppe Fenoglio nel suo libro “23 giorni della città di Alba” alcune donne sfilarono in pantaloni e non in gonna, (era questo sovente il loro abbigliamento durante la resistenza), tra i commenti maschilisti dei cittadini che assistevano alla sfilata e dicevano: “Ahi povera Italia!”
[Storie e testimonianze di donne e uomini partigiani – Alice Arduino – 29 gennaio 2017]

ricordo che anche il 25 aprile di 75 anni fa … Si decide che nella grande manifestazione di Milano sfileranno in prima fila gli uomini dei principali partiti. Togliatti dice: le donne no. Erano ragazze che avevano condiviso la montagna, considerate delle ‘poco di buono’. Le donne di Giustizia e Libertà decisero di sfilare lo stesso. Non in prima fila
[Resistenza, Lidia Menapace: Le donne della montagna considerate delle “poco di buono” – Cristina La Bella – 25 Aprile 2020]

Lucia Ottobrini … al momento di essere decorata con la medaglia d’argento al valor militare dall’allora ministro della difesa Taviani è la protagonista di una scena rivelatrice: “Stavo insieme a due ufficiali dell’Aviazione. Mi prese per la vedova di un combattente e mi disse gentilmente: “Lei signora di chi è la moglie?”, pensava fossi la vedova di un decorato. Gli feci: “La decorata sono io”. Il maschilismo affiora persino nella motivazione del decreto di conferimento della medaglia che quel giorno riceve: “Con coraggio virile non esitava a impugnare le armi battendosi più volte a fianco dei compagni in lotta”
[L’estate che imparammo a sparare: Storia partigiana della Costituzione – Giuseppe Filippetta]

Sicuramente molti altri esempi si potrebbero fare, ma credo che questi siano ben rappresentativi.

Pubblicità maschilista

Ovviamente i tempi erano diversi. Non si concepiva il ruolo della donna al di fuori di quello che si considerava per lei “naturale”. Famiglia, figli, cure domestiche e parentali. Regine della casa, di sani princìpi, in attesa dei loro prìncipi.
Con le lotte degli anni sessanta e settanta il nuovo diritto di famiglia ha ratificato il pieno Diritto delle donne ad essere persone non sottoposte a tutela maschile (con diritto di vita e di morte fino al 1981), per poter decidere di essere chi vogliono in maniera autonoma, cioè ad autodeterminarsi, ma, spesso, “cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia”.

Ogni quindici minuti una donna è vittima di violenza, e, di media, di omicidio ogni tre giorni, sempre per mano maschile. E non da estranei, ma da chi amano o hanno amato. Compagni o ex, fratelli, figli, conoscenti. Della serie “l’assassino ha le chiavi di casa. Non ho considerato il rapporto degli abusi psicologici e delle costrizioni.

In questo periodo parlare di lavoro è tema delicato, molto. Ma a proposito di cure parentali, proviamo a indovinare in caso di difficoltà chi deve rinunciare al proprio lavoro? Le donne, madri, infermiere, badanti, insegnanti. Il motivo è semplice. Nella coppia la scelta di chi deve mantenere la propria occupazione è dettata dal ritorno economico. A parità di mansioni il divario salariale, o “gender pay gap“, è di poco meno del 25%. Questo incide pesantemente sulla loro autosufficienza. Non va meglio per le pensioni. Non esiste più la “pensione sociale”, che stabiliva comunque un diritto minimo alla sopravvivenza (da fame) e la rinuncia al lavoro ha come conseguenza che o non hanno contributi versati o non ne hanno a sufficienza per una pensione contributiva minima. A meno che non integrino con contributi volontari. Mi chiedo, ma il lavoro che è stato loro precluso lo troveranno in età avanzata? Invece, con “soli” cinque anni di contributi possono andare in pensione a settantun anni. “Campa cavallo” che il campo è arido. Altrimenti possono chiedere l’assegno sociale. Povere tra i poveri.

È solo un piccolo spaccato di società al femminile che le nostre compagne partigiane non avrebbero immaginato. Sognavano un mondo migliore anche per loro, ma quel mondo pare sia ancora lontano.

Dimostrazione femminista 1914
02-Dimostrazione femminista a Parigi nel 1914_on_5_July_1914_-_Le_Figaro

E non venitemi a dire che “il femminismo è di parte”. Sarebbe come dire che le lotte dei neri, degli schiavi, contro la guerra, le lotte di Liberazione dei popoli lo sono.

Il femminismo non è l’antitesi del maschilismo. Il femminismo è un movimento di liberazione.
Mentre il maschilismo si identifica in ciò contro cui le donne si battevano, patriarcato, militarismo, sessismo, omofobia, che sono tutte facce di una medaglia che ha da sempre considerato la donna, e chi non rientrava nei “canoni”, come “subordinata”, vincolata dalla sua stessa “natura”. Sposa, madre, regina della casa. Le disparità sociali che ancora esistono sono un retaggio duro a morire.
In realtà sarebbe più esatto parlare di femminismi, che si distinguono nelle varie epoche storiche e nelle varie tendenze politiche, ma nella sostanza, le rivendicazioni vertono al riconoscimento come persona autonoma, libera di decidere della propria pancia e della propria vocazione. Le donne rivendicano un trattamento paritario, nel rispetto delle loro differenze e delle loro scelte. Femminismo è plurale.

Manifestazione femminista 1977

 

 

Mi è capitato di leggere l’assurda pretesa delle donne di destra, estrema, di dichiararsi “femministe di destra”, oppure ribattezzare il movimento “questione femminile”. Questo cozza con l’origine del femminismo stesso.
Rivendicano il ruolo “naturale” della donna tutta dio, patria e famiglia, che è poi quello che il femminismo combatteva. Alla “pubblica morale” si opponeva la libertà sessuale (io sono mia e decido io, aborto compreso), alla famiglia tradizionale (con un padre padrone) l’autodeterminazione, al patriottismo (in simbiosi con il militarismo) l’internazionalismo del movimento stesso.
No, mi dispiace, chiamatevi come vi pare ma femministe NO.

Le partigiane erano femministe di fatto, non certo quelle che sostenevano il regime nazifascista che erano esse stesse il nemico. Non lo erano allora e non lo sono oggi.
Oggi le partigiane sono le donne curde, sono le donne che combattono contro i sistemi oppressivi, con o senza armi se non la loro consapevolezza, sono le donne come Franca Viola, come Ilaria Cucchi, come le donne di “non una di meno”, come le donne che si battono contro l’omofobia, sono le donne che si battono per la parità salariale, sono quelle che lottano per un posto di lavoro dignitoso, sono quelle che muoiono sfiancate dal lavoro, sono le donne che, anche da sole, combattono contro una società che le vorrebbe arretrare in ruoli in cui stanno strette, sono le donne Resistenti.

Buon Primo Maggio e buona Resistenza.

Tiade

Liberazione e retorica

Partigiano impiccato25 aprile 2020 – 75° anniversario della Liberazione dal nazifascismo

SCRIVERNE O NO?
Aver qualcosa da dire

Stavo riflettendo se scriverne o meno un articolo . Ero molto indecisa perché mi dicevo “è già stato scritto tutto”. Pensavo di non aver niente da dire se non le solite frasi retoriche.

Intanto seguivo su la 7 “Propaganda live” e mi dicevo “quanto sono bravi, preparati, intelligenti, quante cose hanno da dire che io forse non saprei esprimere”.
Mentre io guardavo Propaganda Delfo, che seguiva “Piazzapulita”, mi ha passato un video di Stefano Massini dove racconta la storia di un partigiano, uno dei tanti massacrati di botte dai fascisti. Uno dei tanti che ha “toccato con mano”, o meglio, che “è stato toccato”.
Ma quello che mi ha colpito sono state le sue considerazioni, e sono state queste considerazioni che mi hanno convinta a scrivere perché anch’io ho qualcosa da dire, qualcosa da ricordare.

LA NON RETORICA
La storia è memoria

Massini ha citato un libro che anche io amo molto, anzi è stato quello, l’ultimo che ho regalato a mio padre, che ha fatto sì che non sia pi più riuscita a separarmi da un libro, anche i più banale: fahrenheit 451. Per chi non lo avesse letto, il libro racconta di una società in cui i libri vengono bruciati ed è reato possederli. Chi trasgredisce viene perseguitato da “pompieri” con i lanciafiamme.

Allora la Resistenza, ché dove c’è oppressione c’è sempre Resistenza, fa sì che le persone si trasformino in libri. Ogni persona è un libro che impara a memoria affinché possa essere tramandato ai posteri.
Accolgo l’esempio di Massini e lo faccio mio. Anche io voglio essere una donna-libro, perché, come mi insegna, non è retorica la memoria.

VITTIME E CARNEFICI
Distinzioni dovute

Forse nelle scuole non se ne parla più tanto o non se ne parla abbastanza, forse non è ben chiaro da cosa ci siamo liberati, e non solo noi, ma tutti i paesi che si sono rivoltati a un potere fatto di violenza e di sopraffazione, colpevole di avere trucidato milioni di persone nei modi più orribili. Il nazifascismo non era un’idea politica, ma bestialità allo stato puro.
Chi oggi si riconosce nel 25 aprile è erede di una strenua Resistenza che ha rifiutato l’orrore.
È questo il principio che andrebbe insegnato, che andrebbe ricordato a partire dalle scuole elementari, così come a noi è stato insegnato. Conservo ancora un libro che la Città di Milano ci consegnò in terza elementare, un libro ormai consunto che parla della Resistenza, che riporta date, storie e disegni. Un libro che andrebbe ristampato e distribuito e non solo a scuola.

LAGER E PRIGIONIERI POLITICI
Il martirio di un “No”

reichspfennigLa storia che voglio tramandare è quella di mio padre, internato nel campo di Trier, dove i prigionieri erano usati per spaccare pietre venendo poi “ricompensati” con una sorta di moneta interna (reichspfennig) che non avrebbero potuto spendere altrove. Dei piccoli foglietti di carta che riportavano, oltre al simbolo nazista, il triangolo rosso dei prigionieri politici.

Perché nei lager non finivano solo zingari, ebrei, minorati, omosessuali, ma anche chi si opponeva e coloro che si erano rifiutati di abbracciare un sistema partorito da menti che oggi verrebbero definite sociopatiche criminali, la cui unica divisa avrebbe dovuto essere la camicia di forza.
Quei “soldi” venivano scambiati con razioni di ciò che solo la fame riusciva definire pane. Un miscuglio di segatura ma tanto prezioso quanto l’attaccamento alla vita.

LA MEMORIA
L’empatia all’inferno

Da quel campo mio padre riportò un piccolo strumento forse banale agli occhi dei più, una piccola bilancia ricavata da pezzi di legno uniti da fil di ferro. E per quanto rudimentale è precisa, molto precisa.

Era, e rimane, un oggetto prezioso, una testimonianza storica che, non so come, è riuscito a salvare e che teneva in un bauletto di legno chiuso con un lucchetto cifrato.
Quella bilancia serviva a condividere il “pane” anche con chi non era in grado di procurarselo. Dividerlo in parti precise, uguali per tutti, anche ai moribondi.
Come riporto nel mio racconto precedente, “L’ultimo pezzo di pane”, Piero Caleffi narra una storia che io invece possiedo. Quella bilancia rappresenta la solidarietà, l’umanità che il nazismo, per quanto ci abbia provato, non è riuscito a piegare.
E questa non è certo retorica.

OGGI
Ci riprovano, occhio

Oggi stiamo combattendo contro un nemico invisibile, non certo paragonabile. Ma da tempo assistiamo, ovunque, ad un pericolo ben più grande. Il ripresentarsi di quelle idee che già sono state combattute e vinte. La tracotanza, il razzismo, la violenza verbale e fisica, sono tratti distintivi e ben riconoscibili in questi soggetti che negano la storia ma al contempo vorrebbero riviverla.

La nostra resistenza alla pandemia non deve farci dimenticare la Resistenza di cui siamo gli eredi. L’antifascismo è il motivo della nascita di questa Repubblica e la nostra Costituzione lo esprime chiaramente. Per questo motivo, chiedere di commemorare in questa data le vittime su entrambi i fronti non è proponibile. Chi vorrebbe cancellare questa ricorrenza è l’erede di quei carnefici e non possono essere, come molti vorrebbero, unificati nella memoria, perché vittime e carnefici non sono uguali.
La libertà di cui oggi godiamo, di criticare il governo, quale che sia, di pretendere il lavoro, di pretendere la sanità pubblica, di pretendere la scuola pubblica, di dibattere in pubblico, di sparare cazzate, di parlare come un fascista, che piaccia o no, la dobbiamo alla Resistenza, alla vittoria contro l’orrore. Non possiamo, non dobbiamo permettere che la storia si ripeta.
La storia e la memoria ci ricordano quali sono le conseguenze di certe idee che forse allora hanno trovato molti impreparati e stupiti.
Oggi, che sappiamo, l’ignavia non è scusabile!

Il mio saluto a chi avrebbe voluto festeggiare e subisce in qualche modo il periodo di pandemia, Buona Resistenza.
Per chi invece ha da obiettare, non riconoscendosi in questa ricorrenza, mi associo al saluto finale nel video di Stefano Massini.

Tiade

Una frana infinita

FranaEccomi qua.
È difficile riprendere il filo dopo nove mesi, praticamente un parto.
Sono stata giorni con il foglio bianco indecisa su cosa scrivere, e se scriverlo.

A Marzo dello scorso anno pensavo che la sequela di “imprevisti” fosse finita e fosse solo questione di tempo e pazienza.
Poiché da più di un anno non lavoravo per sottopormi a una serie di esami per affrontare un intervento abbastanza antipatico, ho chiesto il Reddito di cittadinanza, confidando di usufruirne per non più di sei mesi. Contavo di riprendere il lavoro, pesante ma necessario, appena fossi stata in grado.

Nel frattempo Delfo, il mio informatico preferito nonché mio figlio, è riuscito a mettermi insieme un portatile, limitato ma funzionale, mi sono decisa a comprare un cellulare che potesse connettersi, ché anche la “saponetta” si era fusa insieme a tutti i pc dell’ufficio e ho trovato finalmente una stamperia per i libri. Mancava solo Delfo che, nei ritagli del lavoro che sta cercando di mettere in piedi, trovasse il tempo di spostare il sito su un altro hosting e riattivare le mail. Il box nuovo per l’hd esterno e i certificati per il sito avrebbero dovuto aspettare.
Insomma, con una piccola spesa di taxi sarei potuta tornare a casa mia, una valle e qualche colle più in là, a riannodare i fili spezzati.

Avrei… a condizione che a metà Dicembre non fosse caduta una frana. Son usa camminare, sia per scendere da casa mia fino a valle che da casa di Delfo che è servita da rari autobus. Ma la frana ha reso il tragitto impraticabile e gli autobus sono stati del tutto soppressi. La maledetta è ancora là e il problema non sarà di breve soluzione.

Panorama dal satelliteAlternativa, strade sterrare impercorribili ai taxi e troppo lunghe a piedi. Lunghissime.
Per fortuna gli amici di Delfo si erano resi disponibili, bastava aspettare che mio figlio incassasse compensi ritardatari, rendendolo finanziariamente autonomo, e sarei potuta rincasare.
Già, se per le feste di fine d’anno non fossi finita in ospedale scongiurando un intervento diverso da quello programmato.
“Ok, questa è l’ultima, DEVE essere l’ultima, poi torno a casa” pensavo.
Pia illusione, uscita io, Delfo, invidioso, ha preso il mio posto con una crisi asmatica. Mica potevo lasciarlo solo.
E si arriva a fine Gennaio di quest’anno.
Metto insieme le mie carabattole, aspetto che Delfo rientri e mi metto d’accordo con gli amici automuniti per partire armi e bagagli decisa a non arrendermi.
Due anni di mazzate colmavano la misura, credevo. Che altro poteva succedere?

Quasi non ci credo.

Una pandemia con tanto di coprifuoco!
Amici in quarantena e noi definitivamente isolati, entrambe le abitazioni in zona rossa, distanti tre comuni e in due regioni diverse.
Prigionieri.
Come se non bastasse mi è stato drasticamente decurtato il reddito.
Mi sa che mia madre aveva ragione: -Hai pisciato nel battesimo-

Tabarro Morgana
Tabarro Morgana – Tiade

Stop alla pubblicazione dei libri, stop ai quadri, ai tabarri, all’orto e a tutti quei progetti che avevo in cantiere. Riprogrammare l’intervento manco a pensarci!
Mi consola solo il fatto che nel biennale rosario di sfighe abbiamo avuto un discreto colpo di fortuna. Nonostante la lunga frequentazione in ospedale ne siamo usciti indenni. Per ora, e lo dico a bassa voce.
Nel frattempo le notizie si rincorrono veicolate da un linguaggio bellico che trovo inadeguato, di certo è un periodo di Resistenza.
Molti hanno perso i propri cari senza il conforto dell’ultimo saluto, molti stanno lottando, dentro e fuori dai letti, molti, sempre troppi, non si rendono ancora conto mentre troppi perdono la loro personale battaglia.
Sì, lo so, è un articolo “alla via così”, come mi frullava in testa, ma anche io ho paura, come tanti, soprattutto per Delfo, uomo asmatico ad altissimo rischio, che deve scendere a piedi e attraversare la frana semplicemente per andare in framacia. Per la spesa idem. Sono terrorizzata.

Mi sento immersa in una società distopica in piena crisi apocalittica. Non so come evolverà la storia, personale e generale, non so come ne usciremo. Di sicuro non tanto presto.

Il pane di TiadeNel frattempo continuerò ad occuparmi dei gatti, a fare il pane, a pubblicare sul sito, a supportare Delfo come posso, a inventarmi soluzioni cercando di Resistere, attività a cui ormai sono allenata. E non riesco a far finta che “tutto andrà bene”.
Devo attingere a tutte le mie scorte di pazienza e resilienza, persistendo negli intenti possibili ma senza aspettative.
E non posso nemmeno, come fanno tanti autori, chiederti di offrirmi un caffè. Non saprei dove andarlo a bere.
A chi ha avuto la pazienza di leggermi arrivi il mio augurio, sentito.
Ad maiora. Tiade

25 Aprile – Resistenza e Liberazione

Calamandrei

Quest’anno, per commemorare il venticinque Aprile, anniversario della Liberazione dal nazifascismo, ho scelto un brano che ne commemora il risultato: la Costituzione repubblicana.
Un brano che non dovrebbe mai mancare nelle antologie e nei libri di testo scolastici in generale insieme ad un buon programma di Educazione civica.
È tratto da un’antologia della riforma scolastica di fine anni sessanta, che non solo riuniva in un unico corso di studi la scuola media (ex-ginnasio) e quella di avviamento (al lavoro) fondando la “scuola media unica”, ma che ne rese obbligatoria la partecipazione estendendo l’obbligo allo studio per i tre anni successivi alle elementari, partendo dal presupposto che la cultura di base fosse una cosa importante per la crescita sociale.

Bisogna leggere e meditare le parole che Piero Calamandrei indirizzò a un gruppo di giovani milanesi, nell’inaugurare un ciclo di conferenze sulla Costituzione. Tale discorso improvvisato e vibrante di commozione non fu scritto: a noi ne è pervenuta solo la registrazione, così come fu pronunciato a Milano il 26 gennaio 1955. Fu rivolto a dei giovani, ma non solo, perché in un paese democratico e libero ogni cittadino giovane, vecchio o adulto deve assumersi il peso delle proprie responsabilità.
“La libertà è come l’aria” ricorda Piero Calamandrei, “ ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”.

Quando si sente parlare, come di questi tempi, di riforma della Costituzione, già troppo disattesa, un campanello d’allarme deve suonare nelle teste. Dov’è il Diritto allo studio gratuito quando nelle scuole i genitori debbono pagare non solo i libri ma anche la carta igienica? E dove sta il ripudio alla guerra nella corsa continua agli armamenti? Dov’è finito il diritto alla dignità quando vedo persone raccogliere gli scarti al mercato o dover occupare edifici fatiscenti, regolarmente sgomberati, per non dormire all’addiaccio?
Dove sta la dignità della Specie che ripudia il suo simile lasciandolo annegare nel mare dell’indifferenza?

Allora leggiamolo, se non si è mai letto, il discorso di Calamandrei, che possa stimolare qualche riflessione, e, se proprio si ritiene che la nostra Carta, conforme alla Dichiarazione dei Diritti Umani, debba esser rimaneggiata, che lo sia per migliorare la condizione umana, “… senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e socialiart. 3”.

Discorso ai giovani sulla nostra Costituzione

L’articolo 34 dice: “I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”.

#d5d6ffEh, e se non hanno mezzi? Allora nella nostra Costituzione c’è un articolo ch’è il più importante di tutta la Costituzione, il più impegnativo, impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così. “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese (art. 3)”. È compito della Repubblica di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Quindi, dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti. Dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art. I: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, questa formula corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica, perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale. Non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo, di tutta la società; e allora voi capite da questo che la nostra Costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà; in parte è ancora un programma, un’ideale, una speranza, un impegno, un lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta d’innanzi! (…)

Però, vedete, la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica. L’indifferentismo, che è, non qui per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghi strati, in larghe categorie di giovani, un po’ una malattia dei giovani: l’indifferentismo. “La politica è una brutta cosa. Che me n’importa della politica?”. Ed io, … quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina che qualcheduno di voi conoscerà: di quei due migranti, due contadini che traversavano l’Oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime, che il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio: “Ma siamo in pericolo?” E questo dice: “Se continua questo mare tra mezz’ora il bastimento affonda”. Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno; dice: “Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare tra mezz’ora il bastimento affonda”. Quello dice: “Che me n’importa? Un’è mica mio!”. Questo è l’indifferentismo alla politica.
È così bello, è così comodo! È vero? È così comodo! La libertà c’è, si vive in regime di libertà. C’è altre cose da fare che interessarsi di politica! Eh, lo so anch’io, ci sono…Il mondo è così bello, vero? Ci son tante belle cose da vedere, da godere, oltre che occuparsi di politica! E la politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni e che io auguro a voi giovani di non sentire mai. E vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, vigilare dando il proprio contributo alla vita politica. (…)

Quindi voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto (questa è una delle gioie della vita), rendersi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo, non è solo, che siamo in più, che siamo parte, parte di un tutto, un tutto nei limiti dell’Italia e del mondo. Ora, vedete, io ho poco altro da dirvi. In questa Costituzione di cui sentirete fare il commento nelle prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie. Sono tutti sfociati qui in questi articoli e, a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane… E quando io leggo nell’art. 2. “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, o quando leggo nell’art. 11: “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, la patria italiana in mezzo alle altre patrie… ma questo è Mazzini! Questa è la voce di Mazzini! O quando io leggo nell’art. 8: “Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge”, ma questo è Cavour! O quando io leggo nell’art. 5: “ La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali”, ma questo è Cattaneo!; o quando nell’art. 52 io leggo a proposito delle forze armate: “l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica”, esercito di popolo; ma questo è Garibaldi! E quando leggo nell’art. 27Non è ammessa la pena di morte”, ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria!
Grandi voci lontane, grandi nomi lontani…

Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti! Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! Dietro ad ogni articolo di questa Costituzione, giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.   Piero Calamandrei
[da: Leggere – Antologia italiana per le scuole medie – M. L. Chiti Santoli, M. Bernardini Stanghellini – Ed Zanichelli Bologna]

Piero Calamandrei (Firenze 1889-1956)
Giurista, uomo politico antifascista e deputato, fondatore e direttore della rivista “il Ponte”, fu anche fine e pensoso scrittore. Tra le opere: Uomini e città della Resistenza.

L’ultimo pezzo di pane

Bilancia dal lager di Trier

In giornate come questa, dedicate alla memoria, mi chiedo quale sia il compito di chi scrive. Mi chiedo se usare il ben dell’intelletto serva solo a raccontare storie, a descrivere emozioni e non anche a tramandare sentimenti che dovrebbero essere la giusta evoluzione dell’essere umani.

Quella che si definisce umanità, società civile, sembra soffrire di una sorta di amnesia collettiva ricordando le conseguenze ma non l’origine dei fatti. Io credo che chi scorda il proprio passato sia condannato a riviverlo.
Per questo scelgo, nel mio piccolo, di rivendicare il diritto alla vita, il diritto all’acqua e al cibo, il diritto ad essere uguali, il diritto della Specie a muoversi su un pianeta del quale siamo tutti ospiti allo stesso modo.
Per questo nel “Giorno della memoria” non solo io ricordo, non solo porto testimonianza, io chiedo anche a chi scrive di non tacere, di ricordare a sua volta, di opporsi al rigurgito dell’odio, di non vergognarsi di essere umano.

Resistenza, si, una resistenza, una forza individuale, e per quel che si poteva, collettiva, resistenza del nostro “io” morale, della nostra personalità che veniva gradualmente sommersa, veniva gradualmente soffocata sotto tutta quella sofferenza;
resistenza a noi stessi, resistenza morale che consentiva talora anche la resistenza fisica. Si era ridotti ad un peso di 30-35 chili; eppure si durava, si durava perché si voleva tornare, si voleva tornare uomini nel mondo.
La solidarietà si allenta; eppure quando soltanto una fiammella del nostro spirito rimane, al fratello morente si da l’ultimo pezzo di pane perché possa avere ancora un quarto d’ora di vita“. (Piero Caleffi)
[Da “La nostra Resistenza ” edito dal Comune di Milano, Ripartizione Educazione, nel 1964 – distribuito nelle scuole]

La rudimentale bilancia nell’immagine è un simbolo, un monito, un cimelio storico, forse unico, che apparteneva a mio padre internato nel lager di Trier. Veniva usata per spartirsi quel pezzo di pane che per alcuni poteva esser l’ultimo.
Chi era fisicamente in grado spaccava pietre anche per chi non poteva, resisteva anche per chi non ne era in grado, perché la resistenza fosse quanto più possibile collettiva. L’umanità così si affermava sulla disumanità e sull’egoismo.

Albera Andrea, Stalag n. XII D, Trier – TRIANGOLO ROSSO – Comunista.

Nei campi di sterminio nazisti il triangolo rosso (con il vertice verso il basso) era il simbolo che identificava i prigionieri politici, ed accomunava a tutti i contestatori del regime nazista – in particolare i comunisti (da cui la probabile scelta del colore) e i socialisti -, nei confronti dei quali era stato emesso un mandato di arresto per motivi di “sicurezza”.

Dopo la sconfitta del nazismo e la liberazione dei campi, molti di questi simboli sono stati orgogliosamente rivendicati dalle rispettive categorie, come segno di identità e di resistenza sia alla barbarie nazifascista, sia ai pregiudizi sociali che spesso ancora oggi suscitano. In particolare, il triangolo rosso è assurto a simbolo di antifascismo militante da parte di organizzazioni e militanti di sinistra, specialmente in paesi come la Francia, il Belgio e la Germania.

Cenni storici:
Il campo XII D di Trier per soldati nemici, é lo stesso lager dove fu internato il filosofo Jean Paul Sartre che lí scrisse il dramma “Bariona o il figlio del tuono” incentrato sul rapporto tra madre e figlio e nel quale i credenti, compagni di sventura, trovarono una sorta di sollievo non potendo celebrare il natale.

L’ignavia dei più che non seppero riconoscere la bestialità delle leggi razziali portò allo sterminio, oltre che degli ebrei, di russi, omosessuali, zingari di varie etnie, comunisti, mongoloidi, gente del sud (italiani compresi), e tutti coloro che venivano considerati subumani.

Dodici milioni di persone sterminate nelle camere a gas, attraverso eliminazioni di massa, iniezioni di benzolo, per fame e privazioni, distruzione fisica operata anche nelle “infermerie” (dove anche ai bimbi si rompevano le ossa tante e tante volte per vedere quando avrebbero smesso di saldarsi). Troppe sarebbero le atrocità da ricordare, compresi i bimbi strappati al ventre delle madri, che solo scriverle mi fa star male.
Censura, proibizionismo, coprifuoco, razzismo, furono le loro armi che pian piano si trasformarono in una delle più spaventose dittature che il mondo ricordi.

Stiamo assistendo al riaffermarsi delle ideologie che tanto orrore hanno causato, davanti all’indifferenza dei più e oggi, come allora, si mal sopportano i “diversi”. Non passa giorno che qualche muro non sia imbrattato da motti di antica memoria, i principali network sono infettati da miriadi di gruppi di novelli nazifascisti portatori di nuovi incendi, miriadi di ignoranti negano la storia e li sostengono. Si ripresentano situazioni di emarginazione a seconda delle etnie, si trova normale assistere allo sprofondare non solo di corpi ma dello stesso Umanesimo, della morale e di un’etica che ora è scomoda.

Gli ignavi, oggi come allora, “non vedono”.
Oggi come allora l’umanità aspetterà di svegliarsi all’inferno?
In questo caso l´intolleranza è un valore, è un diritto, è un dovere. È difesa di quell’umanità che troppo spesso si è rivelata disumana.
Oggi più che mai urge il bisogno di reagire opponendosi con tutti i mezzi al radicamento della ferocia.

Questa pagina è dedicata a mio padre, Andrea, a cui, a causa dell’incendio degli archivi militari, non è mai stato riconosciuto lo stato di deportato.

Tiade, 7 lug 016