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12-12-1969 – La fila sbagliata

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Bomba in piazza Fontana – Immagine di pubblico dominio

Faceva un freddo cane, ricordo l’umidità gelida nelle ossa che un cappotto non riusciva a riparare. Lavoravo solo da quattro mesi, troppo pochi per non fare sbagli. Fu così che, dietro incarico del proprietario del negozio dove lavoravo, mi recai in banca a sbrigare una commissione. Da via Fatebenefratelli la Banca Nazionale dell’Agricoltura più vicina era quella in piazza Cavour. Mi sembrava la cosa più logica fare la fila lì.
Mentre ero in coda pensavo che solo un mese prima lavoravo in Rinascente, mi piaceva, avevano appena aperte le vetrine sotto terra (per me scendere un piano fino al metro’ era già sotto terra). Non era un bel periodo ed io ero giovane. A quindici anni le bombe fanno paura e di bombe ne giravano in quel periodo. Il pericolo si percepiva respirando e la minaccia continua di saltare per una bomba non faceva lavorare tranquille. Durante i tumulti i cancelli pur pesanti cadevano sotto la pressione degli scioperanti ma un’apprendista non poteva scioperare, pena il licenziamento, ed io non potevo permettermelo. Fu per quello che me ne andai sperando in un ambiente più tranquillo anche se meno interessante.
Riflettevo all’opportunità forse persa quando finalmente fui allo sportello e lì, un po’ imbarazzata, scoprii che avevo sbagliato, dovevo andare alla sede centrale in piazza Fontana, e magari con i documenti.
Me ne uscii un po’ sconsolata, pensando alla figura da tonta e alla fila che dovevo rifare, al freddo e al mal di schiena, ritornando su via Fatebenefratelli, dov’era il negozio, per prendere i documenti.

Dalla questura, un paio di portoni più avanti, stavanno uscendo auto in massa a sirene spiegate, arrivavano da tutte le parti e il suono delle sirene riusciva quasi a coprire il frastuono della città. Non capivo e non immaginavo. Non ero abbastanza “smaliziata” per capire.
In quella che è ricordata come “la strage di piazza Fontana” i morti furono diciassette e ottantotto i feriti gravissimi.
Io non ero tra quelli.

Oggi so che la mia sbadataggine, la mia ingenuità, mi hanno salvato la vita nella “fila sbagliata”.
Solo tre giorni dopo, a pochi metri dal negozio dove lavoravo, l’assembramento fu per Pinelli.
Smisi di lavorare in centro spostandomi in un grande magazzino più vicino a casa. La situazione non cambiò poi molto.
La paura è qualcosa di irrazionale ma è uno degli istinti più forti della specie.
Smisi di lavorare. Mi rifugiai nella notte milanese degli artisti vivendo di lavoretti manuali saltuari.  Invisibile tra gli invisibili.
Ripensado a quel giorno ho netta la percezione del “frastuono nel silenzio”, nessun commento di meraviglia, nessuna imprecazione, stavano tutti zitti, come di fronte ad un morto dopo una lunga agonia.
Fra le tante immagini ho scelto quella del buco provocato dalla bomba perché meglio di tutte simboleggia un buco nella nostra storia e forse meglio di tutte può dare l’idea della violenza dello scoppio.
Ogni tanto ripenso a quella “fila sbagliata” e a come a volte l’ingenuità ci possa salvare la vita.
Tiade, 12 dicembre 2013

p.s. Ringrazio il fotografo, di cui non ho trovato il nome (se vi è noto vi prego di postarlo nei commenti), che ha reso la fotografia di pubblico dominio, ché una storia così pesante non può essere una questione privata.

Intorno a me oggi vedo eventi che mi spaventano, spero solo che i tempi che viviamo non si ripresentino con una nuova e più terribile “strategia del terrore”, da qualsiasi parte provenga.
Con questo articolo intendo raccogliere l’invito agli intellettuali e agli artisti (nel  mio piccolissimo) a prendere posizione contro le recrudescenze nostalgiche per le svastiche e il dilagante razzismo che le disparità sociali alimentano.

Prendo in prestito le parole di mio figlio, undicenne, in un saggio per l’esame di terza media sulla Resistenza. “La grave colpa fu l’ignavia di chi vedeva e non interveniva. Questo portò alle leggi razziali con le conseguenze che tutti conosciamo”.
Siamo di fronte ad una migrazione di massa, come nella nostra specie è sempre avvenuta, per le condizioni sociali e climatiche che sono indubbiamente colpa dell’essere umano. Quella umana è una Specie ove non esistono razze, come nei cani e nei gatti, e il sangue ha sempre lo stesso colore.
Dovremmo ricordarcene nel momento in cui ci prepariamo a festeggiare il nuovo anno, sperando sempre che sia migliore e più consapevole di quello passato.

17 dicembre 2018

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