Calamandrei

25 Aprile – Resistenza e Liberazione

Calamandrei

Quest’anno, per commemorare il venticinque Aprile, anniversario della Liberazione dal nazifascismo, ho scelto un brano che ne commemora il risultato: la Costituzione repubblicana.
Un brano che non dovrebbe mai mancare nelle antologie e nei libri di testo scolastici in generale insieme ad un buon programma di Educazione civica.
È tratto da un’antologia della riforma scolastica di fine anni sessanta, che non solo riuniva in un unico corso di studi la scuola media (ex-ginnasio) e quella di avviamento (al lavoro) fondando la “scuola media unica”, ma che ne rese obbligatoria la partecipazione estendendo l’obbligo allo studio per i tre anni successivi alle elementari, partendo dal presupposto che la cultura di base fosse una cosa importante per la crescita sociale.

Bisogna leggere e meditare le parole che Piero Calamandrei indirizzò a un gruppo di giovani milanesi, nell’inaugurare un ciclo di conferenze sulla Costituzione. Tale discorso improvvisato e vibrante di commozione non fu scritto: a noi ne è pervenuta solo la registrazione, così come fu pronunciato a Milano il 26 gennaio 1955. Fu rivolto a dei giovani, ma non solo, perché in un paese democratico e libero ogni cittadino giovane, vecchio o adulto deve assumersi il peso delle proprie responsabilità.
“La libertà è come l’aria” ricorda Piero Calamandrei, “ ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”.

Quando si sente parlare, come di questi tempi, di riforma della Costituzione, già troppo disattesa, un campanello d’allarme deve suonare nelle teste. Dov’è il Diritto allo studio gratuito quando nelle scuole i genitori debbono pagare non solo i libri ma anche la carta igienica? E dove sta il ripudio alla guerra nella corsa continua agli armamenti? Dov’è finito il diritto alla dignità quando vedo persone raccogliere gli scarti al mercato o dover occupare edifici fatiscenti, regolarmente sgomberati, per non dormire all’addiaccio?
Dove sta la dignità della Specie che ripudia il suo simile lasciandolo annegare nel mare dell’indifferenza?

Allora leggiamolo, se non si è mai letto, il discorso di Calamandrei, che possa stimolare qualche riflessione, e, se proprio si ritiene che la nostra Carta, conforme alla Dichiarazione dei Diritti Umani, debba esser rimaneggiata, che lo sia per migliorare la condizione umana, “… senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e socialiart. 3”.

Discorso ai giovani sulla nostra Costituzione

L’articolo 34 dice: “I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”.

#d5d6ffEh, e se non hanno mezzi? Allora nella nostra Costituzione c’è un articolo ch’è il più importante di tutta la Costituzione, il più impegnativo, impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così. “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese (art. 3)”. È compito della Repubblica di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Quindi, dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti. Dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art. I: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, questa formula corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica, perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale. Non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo, di tutta la società; e allora voi capite da questo che la nostra Costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà; in parte è ancora un programma, un’ideale, una speranza, un impegno, un lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta d’innanzi! (…)

Però, vedete, la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica. L’indifferentismo, che è, non qui per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghi strati, in larghe categorie di giovani, un po’ una malattia dei giovani: l’indifferentismo. “La politica è una brutta cosa. Che me n’importa della politica?”. Ed io, … quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina che qualcheduno di voi conoscerà: di quei due migranti, due contadini che traversavano l’Oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime, che il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio: “Ma siamo in pericolo?” E questo dice: “Se continua questo mare tra mezz’ora il bastimento affonda”. Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno; dice: “Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare tra mezz’ora il bastimento affonda”. Quello dice: “Che me n’importa? Un’è mica mio!”. Questo è l’indifferentismo alla politica.
È così bello, è così comodo! È vero? È così comodo! La libertà c’è, si vive in regime di libertà. C’è altre cose da fare che interessarsi di politica! Eh, lo so anch’io, ci sono…Il mondo è così bello, vero? Ci son tante belle cose da vedere, da godere, oltre che occuparsi di politica! E la politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni e che io auguro a voi giovani di non sentire mai. E vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, vigilare dando il proprio contributo alla vita politica. (…)

Quindi voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto (questa è una delle gioie della vita), rendersi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo, non è solo, che siamo in più, che siamo parte, parte di un tutto, un tutto nei limiti dell’Italia e del mondo. Ora, vedete, io ho poco altro da dirvi. In questa Costituzione di cui sentirete fare il commento nelle prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie. Sono tutti sfociati qui in questi articoli e, a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane… E quando io leggo nell’art. 2. “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, o quando leggo nell’art. 11: “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, la patria italiana in mezzo alle altre patrie… ma questo è Mazzini! Questa è la voce di Mazzini! O quando io leggo nell’art. 8: “Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge”, ma questo è Cavour! O quando io leggo nell’art. 5: “ La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali”, ma questo è Cattaneo!; o quando nell’art. 52 io leggo a proposito delle forze armate: “l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica”, esercito di popolo; ma questo è Garibaldi! E quando leggo nell’art. 27Non è ammessa la pena di morte”, ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria!
Grandi voci lontane, grandi nomi lontani…

Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti! Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! Dietro ad ogni articolo di questa Costituzione, giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.   Piero Calamandrei
[da: Leggere – Antologia italiana per le scuole medie – M. L. Chiti Santoli, M. Bernardini Stanghellini – Ed Zanichelli Bologna]

Piero Calamandrei (Firenze 1889-1956)
Giurista, uomo politico antifascista e deputato, fondatore e direttore della rivista “il Ponte”, fu anche fine e pensoso scrittore. Tra le opere: Uomini e città della Resistenza.

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