Tiade Ruderi casscina Boschina

Le case delle Fate

Nonni di Tiade a BoschinaQuell’estate fu diversa, quanto può essere diversa Milano da una foresta. A sette anni, per la prima volta, fui portata in vacanza dai nonni paterni, in campagna, sulle alte colline dell’Oltrepo pavese.
Una campagna diversa dalle risaie popolate di orbettini e prosciugate dai cantieri per la costruzione delle “case nuove” di S. Siro, noto quartiere di Milano.
E diversa dalla collina del piccolo paese materno, sul Garda, quando ancora le sue viuzze ospitavano il passaggio di pazienti bovini e delle loro odorose “boasse”.
Arrivammo con un piccolo trenino di cui ancora si intravedono le tracce della massicciata che costeggiava la strada. Ricordo ancora la scomodità dei duri sedili in legno che molto ricordavano i vecchi tram di Milano.
Tutto intorno gli alti colli declinavano smeraldine sfumature che deliziavano gli occhi. E poi su, con la jeep americana che ci aspettava in paese e che sollevava dietro di noi la polvere bianca e luccicante di una strada antica e ripida, a guardare il mondo dall’alto, le nari inebriate del profumo penetrante delle ginestre in fiore. Gli occhi si riempirono di meraviglia quando a una curva, stagliata in un cielo di cobalto, apparve la sagoma ferita del castello.
E poi dentro, nello stretto e misterioso sentiero che s’inoltrava fin sull’aia di Boschina. Mi sembrava d’esser atterrata proprio nel mezzo di uno dei miei libri di fiabe. L’aia di una cascina di un’altra epoca dove l’acqua veniva presa ancora dai pozzi o dalle sorgenti, con le slitte tirate dai buoi e il pane cotto nel forno sull’aia, abbracciata da boschi di folletti e di fate, immersa e celata dalle foreste di Salgari.
La sensazione era forte, netta. Un altro tempo. Un altro spazio.
E io, bimba, libera finalmente in mezzo all’Eden. Dalle auto, dal rumore, dalle apprensioni di mia madre.
Libera di vagare, senza perdermi mai, alla scoperta delle sorgenti di un rivo, delle conchiglie nei sassi, di un nido con due bocche affamate sul mondo.
Fu in una delle mie prime esplorazioni che le trovai. Non erano altro che castagni dove, intorno al fusto tagliato, erano ricresciute le piante. Bastava entrare fra i tronchi, sedendo sul ceppo, per essere circondati da un cancello di legno che faceva anche da schienale e che, con la crescita dei suoi polloni bassi, aveva il potere di rendermi invisibile. Per me, allora, erano i rifugi dei misteriosi protagonisti delle mie fiabe. I luoghi dove le fate si nascondevano se in pericolo o per star sole. Lì sedevo, pensierosa e incantata, a osservare il brulicare del bosco.
Tiade Ruderi casscina BoschinaGiovane donna, tornai spesso alle case delle fate. Quando la città mi opprimeva. Seduta nel loro centro, un libro in mano, consapevole di una magia, tornavo a esser invisibile. Talmente immobile nel riposo che qualche scoiattolo arrivava a salirmi sulle gambe percorrendo la sua strada. Come fossi una parte della pianta. Invisibile appunto.
Più avanti negli anni, quando ho deciso di far di questi boschi la mia casa, ho ritrovata intatta la stessa magia. Sembrava che il tempo non fosse passato, se non fosse stato per il castello risanato e per i ruderi di ricordi cari. Pareti rimaste in piedi solo per trasmettermi i saluti, sbiaditi dal tempo, che mi hanno accolta al mio ritorno.
Era un messaggio dal passato. Era una certezza per il presente. Io dovevo esser lì.

Tiade, nov 2013

segue > Tiade e le lucciole

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