Le feste della Ruota

 

L’immagine rappresenta un reperto proveneinte da una tomba gallica, conservato al Museo Nazionale delle Marche di Ancona. Si tratta di una corona di foglie ed altri elementi vegetali realizzata in lamina d’oro e smalto. [immagine di pubblico dominio – crediti]

Ci sono otto ricorrenze durante l’anno, le “Feste della Ruota”, chiamate anche Sabba (ma che niente hanno a che fare con calderoni e danze demoniache), che sono le feste del calendario pagano legate ai cicli del cielo e della terra. Ai tempi dell’età del ferro coincidevano con precisi eventi astronomici, oggi sfalsati in virtù dei cicli dell’asse terrestre.

Sono tradizioni molto antiche, precedenti al cristianesimo, che non sempre è riuscito a sovrapporvisi, le cui tracce sopravvivono tutt’oggi nelle manifestazioni folcloristiche e nelle tradizioni rurali.
La civiltà agreste, che dipendeva dallo scandire delle stagioni, aveva la necessità di determinare i tempi della semina e del raccolto, aveva la necessità di invocare, con la ritualità, la fecondità della terra, di ricollegarsi al rapporto con gli avi, di determinare il susseguirsi della stagione del lavoro con quella del riposo, della stagione della luce a quella del buio, della stagione del risveglio con quella della riflessione.

Era il tempo in cui la Dea, entità legata alla luce, era una divinità femminile, ma con la sua controparte maschile, e, pur con differenti sfumature, se ne trovano reperti fin dalla preistoria nella sua triplice veste simboleggiata dalle fasi lunari a cui è legata: fanciulla, matura e gravida, anziana.

Venere di Tan-Tan, scoperta in Marocco, datata tra 300.000 e 500.000 AC. con trace di ocra rossa. Contemporanea di Homo Heidelbergensis. [pubblico dominio – crediti]

La Dea dalle molte mammelle, dal ventre enfio, dalle forme abnormi, simbolo di fecondità e abbondanza. Dea gravida e sterile che sovrintende il mondo della natura, della terra legata al cielo, del regno dei vivi e quello dei morti.
Una divinità che dall’incontro con il Dio rende prolifica la terra. Né buona né cattiva, semplicemente esiste e si manifesta in ogni ciclo dell’esistenza.
A lei si rivolgevano i contadini per invocare messi abbondanti, a lei si rivolgevano le giovani donne per esser fecondate.

HOMO HEIDELBERGENSISUn’Essenza le cui briciole si ritrovano ancora sparse per i vari continenti, soppiantata da una divinità maschile univoca che non ha invece corrispondenze con la realtà materiale della nostra esperienza terrena, una divinità maschile che può fare appello solo alla fantasia e le cui manifestazioni sono intangibili, contrapposta alla manifestazione materiale della Dea che è invece esperienza quotidiana.

Homo Heidelbergensis è un ominide estinto, vissuto fra 600 000 e 100 000 anni fa e probabile ultimo antenato comune fra noi e Homo Neanderthalensis [crediti].

Quella Dea Madre che oggi stiamo violentando dimenticandoci che da Lei dipende non solo la Vita ma la nostra stessa vita.
Quella Dea Madre che, senza pietismi, ripercorrerà il ciclo di nascita e morte, come è sempre avvenuto, come avverrà sempre, fino alla fine della Sua stessa esistenza, in una perpetua Ruota.

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