Partigiano impiccato

Liberazione e retorica

Partigiano impiccato25 aprile 2020 – 75° anniversario della Liberazione dal nazifascismo

SCRIVERNE O NO?
Aver qualcosa da dire

Stavo riflettendo se scriverne o meno un articolo . Ero molto indecisa perché mi dicevo “è già stato scritto tutto”. Pensavo di non aver niente da dire se non le solite frasi retoriche.

Intanto seguivo su la 7 “Propaganda live” e mi dicevo “quanto sono bravi, preparati, intelligenti, quante cose hanno da dire che io forse non saprei esprimere”.
Mentre io guardavo Propaganda Delfo, che seguiva “Piazzapulita”, mi ha passato un video di Stefano Massini dove racconta la storia di un partigiano, uno dei tanti massacrati di botte dai fascisti. Uno dei tanti che ha “toccato con mano”, o meglio, che “è stato toccato”.
Ma quello che mi ha colpito sono state le sue considerazioni, e sono state queste considerazioni che mi hanno convinta a scrivere perché anch’io ho qualcosa da dire, qualcosa da ricordare.

LA NON RETORICA
La storia è memoria

Massini ha citato un libro che anche io amo molto, anzi è stato quello, l’ultimo che ho regalato a mio padre, che ha fatto sì che non sia pi più riuscita a separarmi da un libro, anche i più banale: fahrenheit 451. Per chi non lo avesse letto, il libro racconta di una società in cui i libri vengono bruciati ed è reato possederli. Chi trasgredisce viene perseguitato da “pompieri” con i lanciafiamme.

Allora la Resistenza, ché dove c’è oppressione c’è sempre Resistenza, fa sì che le persone si trasformino in libri. Ogni persona è un libro che impara a memoria affinché possa essere tramandato ai posteri.
Accolgo l’esempio di Massini e lo faccio mio. Anche io voglio essere una donna-libro, perché, come mi insegna, non è retorica la memoria.

VITTIME E CARNEFICI
Distinzioni dovute

Forse nelle scuole non se ne parla più tanto o non se ne parla abbastanza, forse non è ben chiaro da cosa ci siamo liberati, e non solo noi, ma tutti i paesi che si sono rivoltati a un potere fatto di violenza e di sopraffazione, colpevole di avere trucidato milioni di persone nei modi più orribili. Il nazifascismo non era un’idea politica, ma bestialità allo stato puro.
Chi oggi si riconosce nel 25 aprile è erede di una strenua Resistenza che ha rifiutato l’orrore.
È questo il principio che andrebbe insegnato, che andrebbe ricordato a partire dalle scuole elementari, così come a noi è stato insegnato. Conservo ancora un libro che la Città di Milano ci consegnò in terza elementare, un libro ormai consunto che parla della Resistenza, che riporta date, storie e disegni. Un libro che andrebbe ristampato e distribuito e non solo a scuola.

LAGER E PRIGIONIERI POLITICI
Il martirio di un “No”

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reichspfennigLa storia che voglio tramandare è quella di mio padre, internato nel campo di Trier, dove i prigionieri erano usati per spaccare pietre venendo poi “ricompensati” con una sorta di moneta interna (reichspfennig) che non avrebbero potuto spendere altrove. Dei piccoli foglietti di carta che riportavano, oltre al simbolo nazista, il triangolo rosso dei prigionieri politici.

Perché nei lager non finivano solo zingari, ebrei, minorati, omosessuali, ma anche chi si opponeva e coloro che si erano rifiutati di abbracciare un sistema partorito da menti che oggi verrebbero definite sociopatiche criminali, la cui unica divisa avrebbe dovuto essere la camicia di forza.
Quei “soldi” venivano scambiati con razioni di ciò che solo la fame riusciva definire pane. Un miscuglio di segatura ma tanto prezioso quanto l’attaccamento alla vita.

LA MEMORIA
L’empatia all’inferno

Da quel campo mio padre riportò un piccolo strumento forse banale agli occhi dei più, una piccola bilancia ricavata da pezzi di legno uniti da fil di ferro. E per quanto rudimentale è precisa, molto precisa.

Era, e rimane, un oggetto prezioso, una testimonianza storica che, non so come, è riuscito a salvare e che teneva in un bauletto di legno chiuso con un lucchetto cifrato.
Quella bilancia serviva a condividere il “pane” anche con chi non era in grado di procurarselo. Dividerlo in parti precise, uguali per tutti, anche ai moribondi.
Come riporto nel mio racconto precedente, “L’ultimo pezzo di pane”, Piero Caleffi narra una storia che io invece possiedo. Quella bilancia rappresenta la solidarietà, l’umanità che il nazismo, per quanto ci abbia provato, non è riuscito a piegare.
E questa non è certo retorica.

OGGI
Ci riprovano, occhio

Oggi stiamo combattendo contro un nemico invisibile, non certo paragonabile. Ma da tempo assistiamo, ovunque, ad un pericolo ben più grande. Il ripresentarsi di quelle idee che già sono state combattute e vinte. La tracotanza, il razzismo, la violenza verbale e fisica, sono tratti distintivi e ben riconoscibili in questi soggetti che negano la storia ma al contempo vorrebbero riviverla.

La nostra resistenza alla pandemia non deve farci dimenticare la Resistenza di cui siamo gli eredi. L’antifascismo è il motivo della nascita di questa Repubblica e la nostra Costituzione lo esprime chiaramente. Per questo motivo, chiedere di commemorare in questa data le vittime su entrambi i fronti non è proponibile. Chi vorrebbe cancellare questa ricorrenza è l’erede di quei carnefici e non possono essere, come molti vorrebbero, unificati nella memoria, perché vittime e carnefici non sono uguali.
La libertà di cui oggi godiamo, di criticare il governo, quale che sia, di pretendere il lavoro, di pretendere la sanità pubblica, di pretendere la scuola pubblica, di dibattere in pubblico, di sparare cazzate, di parlare come un fascista, che piaccia o no, la dobbiamo alla Resistenza, alla vittoria contro l’orrore. Non possiamo, non dobbiamo permettere che la storia si ripeta.
La storia e la memoria ci ricordano quali sono le conseguenze di certe idee che forse allora hanno trovato molti impreparati e stupiti.
Oggi, che sappiamo, l’ignavia non è scusabile!

Il mio saluto a chi avrebbe voluto festeggiare e subisce in qualche modo il periodo di pandemia, Buona Resistenza.
Per chi invece ha da obiettare, non riconoscendosi in questa ricorrenza, mi associo al saluto finale nel video di Stefano Massini.

Tiade

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