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Era di Maggio…

Illustrazione Italiana 1898 - Sigaraie lasciano il lavoro Pubblico dominio - Luca Comerio (1878–1940)
Illustrazione Italiana 1898 – Sigaraie lasciano il lavoro
Pubblico dominio – Luca Comerio (1878–1940)

Per la festività del Primo Maggio volevo contribuire con un articolo, ma tanti saranno gli articoli più inerenti di storia e di rabbia per la festa dei lavoratori, e non del lavoro che non è un soggetto.

Ma di questi tempi il lavoro è scarso e quando si cantava “se otto ore vi sembran poche, provate voi a lavorar” non si pensava certo che si sarebbe ritornati a lavorarne anche quindici in condizioni che definirei disumane.
Qualsiasi cosa dica rischierebbe di avere il sapore della retorica, ho deciso così di contribuire a modo mio rispolverando un racconto breve, che fa parte di una serie dedicata alle donne sparse tra le epoche e la storia, che prende spunto dalla “Rivolta del pane” di Milano del 7 Maggio 1898 soffocata nel sangue dalle cannonate del generale Bava Beccaris.
La maggioranza dei rivoltosi: donne e ragazzi.

Storie al rogo
Era di Maggio

Era di Maggio, e fiorivan le rose.

Ma le sue mani non sentivano le spine.
Mani callose, ingiallite e tagliate dalla canapa.
Come una Parca intrecciava corde, mentre i fili della sua vita si scioglievano.
E il salario non bastava mai, non bastava per tutto, non bastava e basta.
Moira, detta Pincinella, ricordava ancora le parole di Anna, Anna con quel nome strano, straniero, ma che parlava una lingua che lei capiva.
Eccome se la capiva.
Ecco perché era lì. Perché aveva capito.

In piazza quella volta voleva esserci anche lei. Vedeva altre donne poco lontano, eran mondine, la tosse le tradiva, e più in là alcune tabaccaie con la pelle ingiallita.
Questo non è il giorno“, qualcuno disse . “E quand l’è ch’el vegnarà donca el dì?” chiese un operaio.

Per lei venne quel giorno stesso.
Era domenica e fiorivan le rose, e il fuoco la colse di sorpresa.
Il fuoco dei cannoni di Bava Beccaris respinse la folla, ma lei il sangue non lo vide mai.

C`è chi dice che solo la sua ombra, staccata dal corpo in un ultima magia, sia sopravvissuta al rogo e vaghi in cerca di una nuova Pincinella nei secoli a venire.
E c`è chi giura di averle parlato.

Tiade 18 maggio 2007

Ci Sto…

Parco Lambro da Liberazione70-7Sto scorrendo il fascicolo di Liberazione, Settanta, il numero sette. Millenovecentosettantasei.

Quanti ricordi! Non necessariamente belli. Ma ricchi sì. Molto ricchi.
Una foto. La manifestazione, i pantaloni scampanati, i maglioni alla norvegese.
Io non c’ero che qualche volta.

Un’altra immagine, e un’altra.
Gli operai di una fabbrica alla fine del turno, appena aperti i cancelli. Vanno che paion ragazzi all’uscita dalla scuola. Di corsa, spingendosi, con foga. Fuori da lì, alla svelta!
Io non c’ero, non sempre almeno.
Le donne con i cartelli e i figli sul braccio.
Io non c’ero quasi mai.
E il festival proletario al parco Lambro. Contro il capitale tutti nudi a danzare. E i capelli lunghi giù per le schiene, fino alle natiche sfacciate. Tutti.
Com’erano belli!
Io non c’ero, cavoli.

Era più facile trovarmi di notte, in quei sotterranei che Re Nudo invitava a disertare. Con la musica.
Meno bombe e bella gente, o quasi.
Brera.

Bastava scendere in una bettola con una chitarra e metter sul tavolo qualche gotto in più. E allora arrivavano.
Il vecchio professore d’arte con i suoi quadri, scene di caccia ed occhi sul vino.
O la Cocotte di un tempo, di cui ancora si indovinavano i lineamenti fra le guance cadenti. Uscita dalla macchina del tempo con il suo cappello dalla lunghissima piuma di struzzo. E trucco, e guanti di pizzo, e trine. Tutta in nero. Bocca Rosso ti brucio. E il canto in falsetto. Intorno a lei rivedevi la scena. Era una magia.
La notte, lo spazzino, il tranviere bloccato dal ghiaccio, l’ubriaco di cui da lontano spiavi i pensieri.
L’ultima immagine. Quella su cui il pensiero ha offuscato i ricordi.manifestazione d'ora in poi decido io
Altre donne coi cartelli ritagliati nelle lettere, ché il vento non li porti via.
D’ora in poi decido io.

Io non c’ero. Non potevo esserci. Avevo già deciso, e il mio primo bambino arrivava.

Non facevo politica?
Forse…
Ora, qui, col secondo bambino, osserviamo le immagini con sentimenti diversi.
Riscoperte.
Gli ho chiesto di osservare bene l’ultima foto, di dirmi cosa gli faceva venire in mente.
E di pensare bene prima di dar fiato alle trombe.
……………………………………………………
-L’aborto, il divorzio, il lavoro …”- Bla, bla, bla.
Eh no. Troppo facile. Quando mai ti ho reso facile la vita?
Vuol dire proprio quello che c’è scritto.
D’ora in poi decido io, perché io sono mia, aggiungerei.
Sorridi? Pensi sia uno slogan? Certo! Le donne sono abituate a destreggiarsi con gli slogan, la pentola sul fuoco, il bimbo in collo, il gatto alla salsiccia, la lavatrice che perde, il marito nel… Lasciamo pietosamente perdere dove.
Tutte cose che lasciano la voglia, e il tempo, di scendere in piazza coi figli in braccio a camminar per ore. Un po’ di palestra è tutta salute! Qualcosa sui cartelli da scrivere si trova sempre.

Io non c’ero nemmeno lì. Avevo le treccine e un bambino meraviglioso. Ero mia. Ma forse ancora non lo sapevo.

Ma cosa vuol dire esser di sé stessi?
Vuol proprio dire non appartenere a nessun altro.
-È bello appartenere a qualcuno, è romantico!- Davvero?
Appartenere ad un padre. -A una famiglia- No, no. Proprio al padre. Proprietà indiscussa. Oggetto nelle sue esclusive mani. Patria potestà la chiamavano. Potere di vita e di morte. Codice alla mano. Con le attenuanti di legge per il delitto d’onore per esser stati disonorati dalla figlia. Mica ci voleva tanto. Bastava restare incinte.
Se ti andava meglio venivi buttata fuori casa, diseredata, disconosciuta.
Se tutto filava liscio fino ad età da marito potevano sorgere altri problemi. Esser in età da marito voleva dire che la proprietà passava di mano. La dote era il pagamento del padre al marito per pigliarsi in carico una donna da sfamare. Se andava bene le spettava il corredo, la biancheria era l’unica cosa di sua esclusiva proprietà, forse. Se aveva dei beni, il patrimonio privato del marito si allargava. Ma per il bene della famiglia…
I rapporti sessuali? Dovere coniugale! Le botte? Diritto di correzione! (ius corrigendi). E zitta!
E se scappava? Abbandono del tetto coniugale, perdita del diritto di abitazione nella casa coniugale, e quasi sempre perdita dei figli come madre indegna.
-E se si rifaceva una vita?-(1) Ricordiamoci che il divorzio ancora non c’era. Bastava una denuncia anonima per pubblico scandalo, che si appellava alla pubblica decenza, ed arrivava la buoncostume, ed arrestava la pubblica meretrice e adultera che offendeva la pubblica morale e l’onore del marito.

Figli, casa, corredo, tutto sparito. Non era mica roba sua.
Era lei che apparteneva a loro.

Era un oggetto in funzione e alla mercé, era soggetta a potestà. Non era una persona, loro potevano legalmente disporre di lei.
Com’era romantico!
-D’ora in poi decido io”- voleva dire proprio quello. -Io non sono un oggetto, e nemmeno una bestia, io voglio e devo essere una Persona. Solo se vi imporrò di riconoscermi come persona sarò portatrice di diritto-.
Diritto di determinare la propria vita.
La prima che riuscì, non che provò, a ribellarsi, fu una ragazza siciliana, Franca Viola(2). Compromessa dalla fuitina avrebbe dovuto sposare il suo rapitore per salvare l’onore, e il suo rapitore che sarebbe rimasto impunito ricorrendo al matrimonio riparatore.
No, non era proprio uno slogan scritto per passatempo.
Era un urlo in coro.
Fu quell’urlo che cambiò le cose.
Più potente delle trombe di Gerico, buttò giù un muro durato millenni per loro. La schiavitù. Almeno sulla carta.
Io dov’ero? A far da apripista nella vita. Ad auto determinarmi e, come loro, sulla mia pelle.
Il Diritto di famiglia, così come oggi lo conoscete, arriva da lì. Da quelle caviglie dolenti, da quelle schiene martoriate, dagli occhi lacrimanti di fumogeni e di vita.

Tutto il resto è conseguenza. Divorzio, aborto, lavoro, studio…
Sono gli oggetti che appartengono, si lasciano usare, non sono vivi e quindi non hanno diritti.

manifestazione femminista 1976Ecco perché è importante che sappiate, figli miei, che le vostre amiche sappiano, che voi, giovani uomini, capiate.
Non è abbastanza.
Non è abbastanza dentro le teste se una delle prime cause di morte delle donne sono le violenze domestiche.
Non sarà mai abbastanza fin quando si prendono decisioni per il pubblico interesse, o la pubblica morale, o ancora, per la difesa della famiglia, cancellando la memoria storica.

E io ci sono.
Ci son sempre stata.

Ora, sarà meglio che riflettiate bene prima di decidere se starci dentro pure voi.

Tiade, marzo 2010

Note:

  1. Per il codice penale del 1930 la donna adultera era punita con la reclusione sino ad un anno. Ai fini del reato era sufficiente anche un unico episodio fedifrago. La violazione della fedeltà coniugale compiuta dal marito, invece, per essere punita, doveva assurgere a concubinato, cioè a relazione stabile con un’altra donna. [Fonte: https://castelvetranonews.it/notizie/?r=a1i]
  2. Le cose cambiarono grazie al coraggio di Franca Viola: Violentata e quindi segregata per otto giorni in un casolare al di fuori del paese, fu liberata con un blitz dei carabinieri il 2 gennaio 1966. Secondo la morale del tempo avrebbe dovuto necessariamente sposare il suo rapitore, salvando l’onore suo e quello familiare. Questa morale era supportata dalla legislazione italiana che, all’articolo 544 del codice penale, ammetteva il “matrimonio riparatore”, considerando la violenza sessuale come un oltraggio alla morale e non alla persona.
    Secondo questo articolo del codice, l’accusato di delitti di violenza carnale, anche nei confronti di minorenne, avrebbe avuto estinto il reato nel caso avesse successivamente contratto matrimonio con la persona offesa. Contrariamente alle consuetudini del tempo, Franca Viola non accettò il matrimonio riparatore. Suo padre, contattato da emissari durante il rapimento, fingerà di acconsentire alle nozze, preparando con i carabinieri di Alcamo una trappola. Quando il rapitore rientrò in paese, con i suoi amici e la giovane, i responsabili dell’azione furono tutti arrestati dai carabinieri.
    Il caso sollevò in Italia forti e alte polemiche divenendo oggetto di numerose interpellanze parlamentari.
    Con il Nuovo Diritto di Famiglia, il 19 maggio 1975 n° 151 sancirà, fra le altre cose, l’uguaglianza fra coniugi, abolendo per le donne lo stato di soggetta a potestà. In luogo della patria potestà nacque la potestà genitoriale che vedeva condivisa la responsabilità della prole. Il marito non era più capo famiglia.La donna divenne soggetto.
    Finalmente, nel 1981, il 5 agosto, il famigerato articolo 544 venne abrogato dall’art. 1 della legge 442. Non è più possibile cancellare una violenza sessuale tramite matrimonio riparatore. Questa legge abrogava anche le attenuanti per il delitto d’onore, previsto dall’art. 587, che prevedeva sconti di pena per “Chiunque cagiona la morte del coniuge [leggi “ammazza la moglie”, ndr], della figlia o della sorella [e non del figlio o del fratello, ndr], nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia“.
    [Fonti: http://it.wikipedia.org/wiki/Franca_Viola; http://it.wikipedia.org/wiki/Delitto_d’onore]

Immagini da: Liberazione70_n7_1976